postheadericon guida alla stufa a pellet

Negli ultimi anni, le stufe a pellet stanno riscontrando un grande successo nel campo del riscaldamento domestico. Si tratta di un sistema di produzione del calore basato su un particolare tipo di combustibile, detto pellet, che deriva dal legno. Vediamo quali sono dunque le caratteristiche di questi sistemi di riscaldamento, quando è opportuno acquistarli e quali sono i loro pro e contro.

Cosa sono le stufe a ”pellet”

Il pellet di legno o, semplicemente, pellet, è un particolare tipo di combustibile che viene ottenuto dalla segatura e, in particolare, dagli scarti dell’industria del legname. Attraverso operazioni di pressatura ad alta pressione, essiccatura e trafilatura si ottengono, mediante speciali macchinari, piccoli cilindretti del diametro fra i 6 e gli 8 millimetri e lunghi fino a 30 mm; questo particolare macchinario è detto pellettizzatrice (o pellettizzatore).

Poiché il materiale di partenza, ovvero il legno, contiene un legante “naturale” (una sostanza detta lignina), non è necessario introdurre alcun additivo o legante per mantenere compatti i cilindretti di pellet. Il tenore di umidità residua del prodotto è particolarmente basso, per garantire il maggior potere calorico possibile; normalmente, non si va oltre l’8%.

In genere per la produzione di pellet si utilizzano legni teneri e duri in percentuali abbastanza costanti, pari a circa 40% di legno tenero e 60% di legno duro. Questo è giustificato dal fatto che legni come, ad esempio faggio e rovere, possiedano un basso tenore di lignina e debbano essere addizionati con legno di conifere come abeti e pini che invece, ne contengono molta. La pressatura fa sì che questo combustibile sia in genere più pesante e compatto rispetto al legno vero e proprio; ciò significa che, a parità di volume, la combustione del pellet è in grado di generare più calore del legname tradizionale.

Il pellet non è da confondere con il cippato, altra tipologia di combustibile basata sugli scarti del legno; in questo caso, il legno è ridotto in scaglie mediante una apposita macchina detta cippatrice. Le dimensioni di questo altro combustibile variano da pochi millimetri a qualche centimetro, e il materiale di partenza è rappresentato da scarti come cortecce, rami e ramaglie. Il cippato, tuttavia, è meno denso del pellet e, di conseguenza, a parità di calore prodotto è necessario bruciarne quantità maggiori.

I combustibili basati sul legname (pellet e cippato) possono essere considerati rinnovabili, poiché le biomasse vegetali da cui sono prodotti, ovvero gli alberi, sono in grado di crescere continuamente e di essere sostituite, al momento del taglio, da nuove piantumazioni. Questa condizione è ovviamente indispensabile; ove ciò non si verificasse, ovvero gli alberi venissero tagliati senza essere ripiantati, non si potrebbe più parlare di una risorsa energetica rinnovabile.

Stufe a pellet ed efficienza energetica

Il combustibile a pellet può essere usato in piccoli impianti, come ad esempio le eleganti stufe da salotto, che generano aria calda e sono in grado di riscaldare ambienti in genere di piccole cubature. Ma il pellet può anche essere utilizzato per rifornire caldaie di grandi dimensioni, in grado di produrre acqua calda sanitaria per l’uso domestico ed il riscaldamento (sia di singole abitazioni che di interi condomini). Mentre nel primo caso si ricorre in genere all’acquisto di sacchi di 15-20 kg di peso, nel secondo caso esistono dei veri e propri silos che vengono caricati, in genere, da ditte specializzate munite di “big bags” dal peso anche di una tonnellata, oppure di autobotti. L’utilizzo di un’autobotte può apparire inconsueto ma, di fatto, il trasporto e lo stoccaggio dei pellet sono del tutto assimilabili a quello delle sostanze liquide. I silos sono collegati direttamente alla caldaia, ed il prelievo di pellet da bruciare avviene in modo automatico e regolato da un termostato; il calore in eccesso prodotto può essere utilizzato per riscaldare l’acqua contenuta in un serbatoio di accumulo.

In alternativa, si può disporre di contenitori di minori dimensioni in tela o in materiale sintetico, che possono essere collocati nei locali cantina oppure nei solai. Altri modelli invece sono interrabili, per garantire un ingombro minimo. La conservazione del combustibile va effettuata in ambienti asciutti e ben ventilati, per evitare che il pellet si inumidisca e perda il proprio potere calorifico.

Confrontato con i combustibili più comunemente utilizzati, il pellet ha una resa calorica di 4000-6000 kcal per chilogrammo, mentre la legna ne ha circa 3500 (i valori cambiano a seconda del tipo di essenza vegetale), il metano genera 8500 kcal/metro cubo e il gasolio circa 10.000 kcal/litro. Fra i vantaggi del pellet c’è quello che richiede uno spazio ridotto per il suo stoccaggio, dato che si tratta di un materiale molto compresso. In un volume di un metro cubo possono essere stoccati circa 650 kg di pellet, mentre i combustibili liquidi o gassosi hanno bisogno di contenitori decisamente più ingombranti. Le ricerche indicano che, per scaldare un ipotetico ambiente di 200 metri quadri, a pieno regime sono necessari circa 2.5 chilogrammi all’ora di pellet, per un costo orario di circa 50 centesimi di euro.

Al giorno d’oggi, le più recenti tecnologie hanno permesso alle stufe a pellet di essere efficienti e soprattutto silenziose, in quanto il rumore della coclea e della tramoggia che permettono l’ingresso del combustibile è stato reso inavvertibile. Anche il rumore generato dalla ventola è normalmente quasi impercettibile; esistono anche modelli di stufe completamente insonorizzate.

Criteri per la scelta della stufa

Per la scelta del modello più opportuno di stufa a pellet è necessario conoscere innanzitutto il volume da riscaldare. Ad esempio, considerando un’abitazione di 90 metri quadrati e dal soffitto di 2.5 metri di altezza, si può desumere che il volume complessivo da riscaldare è di 200 metri cubi; nel caso di questa cubatura, è sufficiente una stufa che abbia una potenza di circa 7 KW. In base alla potenza richiesta, quindi, si può effettuare la scelta del modello che, in base alle caratteristiche tecniche ed al suo costo, sia quello maggiormente indicato per le nostre esigenze.

Esistono stufe a pellet in grado di riscaldare anche ambienti suddivisi in più piani, come ad esempio case o appartamenti soppalcati. In questo caso, sono indispensabili le cosiddette stufe “canalizzate” che, attraverso tubi, sono in grado di far arrivare il calore anche sui diversi piani della stessa abitazione. In questo caso la stufa va sempre e soltanto installata al piano più basso, per permettere al calore di salire spontaneamente nei tubi di collegamento. Si tratta di modelli più costosi delle normali stufe, ma hanno l’indubbio vantaggio di evitare l’installazione di un impianto di riscaldamento di tipo tradizionale.

In commercio esistono inoltre caldaie di tipo automatico o semiautomatico. Nel primo caso, la caldaia è totalmente autonoma ed il pellet viene prelevato automaticamente dal deposito (in genere un silos ad essa collegato) mediante un impianto a coclea il cui funzionamento è regolato da un apposito sistema collegato all’impianto. Nel caso degli impianti semiautomatici, il caricamento del pellet deve essere effettuato manualmente dal proprietario, quando il serbatoio del combustibile è vuoto. Possono essere di tipo semiautomatico sia gli impianti domestici (le classiche “stufe” da tenere in salotto) che quelli di maggiori dimensioni, in grado di riscaldare tutta l’abitazione. L’autonomia delle stufe di dimensioni più ridotte, che richiedono il caricamento manuale, va in genere dalle 15 alle 45 ore ed è in funzione sia della qualità del combustibile utilizzato che delle dimensioni del serbatoio ma, soprattutto, del regime di utilizzo dell’impianto.

Altri fattori da tenere in considerazione al momento dell’acquisto sono il tipo di canna fumaria richiesta, che è obbligatoria per legge. Al momento dell’installazione può essere quindi necessario predisporre anche un apposito impianto di dispersione dei fumi o, nel caso di uno già esistente (come, ad esempio, la canna fumaria di un tradizionale caminetto a legna) è possibile una sua modifica per renderlo adatto all’impianto a pellet installato. Le canne fumarie ex novo devono, in genere, essere costruite in acciaio inox, avere un diametro di una ventina di centimetri e sporgere di almeno mezzo metro oltre il colmo del tetto.

Le stufe a pellet possono essere caratterizzate da tre diversi tipi di accensione. Quelle meno “tecnologiche”, ovvero ad avviamento manuale, prevedono l’utilizzo di fiammiferi e di un particolare liquido infiammabile per avviare la combustione del materiale. Alcuni modelli, detti “self-starting” o semiautomatici, sono invece avviabili grazie alla semplice pressione di un pulsante (presente sulla stufa, o azionabile a distanza mediante un telecomando); infine esistono modelli completamente automatici che si avviano mediante un termostato regolabile secondo le esigenze impostate dall’utente. Questi termostati possono anche essere temporizzati (i cosiddetti cronotermostati) e permettono l’accensione e lo spegnimento dell’impianto di riscaldamento secondo le esigenze orarie degli utenti.

Quando la scelta di un modello ricade su una stufa da tenere in salotto, è molto importante valutarne le caratteristiche esterne e la compatibilità del modello con l’arredamento già presente in casa. In genere esistono modelli adatti a tutti i gusti: si va infatti da quelli che richiamano le vecchie stufe tradizionali a modelli dalle linee più moderne; i modelli che creano più atmosfera presentano un vetro che permette di osservare dall’esterno la combustione in atto e di rendere perciò l’ambiente casalingo caldo ed accogliente. Le versioni più eleganti delle stufe a pellet possono anche essere rifinite in porcellana, terracotta, pietra ollare o altri materiali di pregio.

Costo di un impianto di riscaldamento basato su stufa a pellet

I piccoli impianti “da salotto” hanno un costo che in genere va dai 1500 ai 4000 euro, e sono in grado di sviluppare una potenza che di solito non supera i 10 kW. Per gli impianti più grandi, ovvero caldaie in grado di raggiungere i 20 kW di potenza, sono necessari investimenti maggiori, anche superiori ai 10mila euro. In questo caso, è necessario un adeguato locale in cui posizionare la caldaia ed uno spazio sufficiente (interno o esterno all’edificio) per posizionare un silos di accumulo.

Mentre fino a qualche anno fa il pellet era un combustibile decisamente a buon mercato, al momento il prezzo del pellet è abbastanza elevato e chi decide di installare un impianto deve valutare con cura i costi futuri di gestione dello stesso. I prezzi partono in genere da circa 4 euro per un sacco da 15 chilogrammi; questo comporta che, in base all’uso, i tempi di ammortamento dell’investimento in un impianto a pellet possono superare anche i cinque anni.

Per risolvere questo problema, nel nostro Paese sta progredendo la ricerca tecnologica per far sì che sia possibile ottenere pellet da materie prime diverse dal legno e molto abbondanti in Italia come, ad esempio, noccioli di olive, gusci di frutti a guscio, mais e semi di piante oleose. Al momento, infatti, una grossa parte del pellet consumato in Italia proviene dall’estero, ed in particolare da nazioni come Romania, Repubblica Ceca, Germania ed Austria. La diminuzione delle importazioni consentirebbe di ottenere un pellet a filiera corta, per il quale si ridurrebbero sia il costo finale che le emissioni di anidride carbonica dovuto ai trasporti.

È inoltre importante considerare anche le manutenzioni e le eventuali riparazioni richieste negli anni futuri. In genere queste operazioni vanno effettuate dallo stesso rivenditore, che è in possesso degli specifici pezzi di ricambio o che è direttamente in contatto con l’azienda produttrice per l’approvvigionamento degli stessi. Per questo, al momento dell’acquisto, bisognerebbe sincerarsi che il venditore effettui anche il servizio di assistenza nel tempo oppure sia convenzionato con ditte in grado offrire questo servizio.

Da ultimo, è bene tenere in considerazione che insieme all’acquisto di una stufa a pellet è necessario anche un aspiracenere per rimuovere i residui di combustione. Trattandosi infatti di materiale finissimo, non è possibile utilizzare un comune aspirapolvere, perché questo verrebbe danneggiato. In genere, la pulizia di una stufa domestica va effettuata ogni due o tre giorni, e il costo di queste apparecchiature parte da circa una cinquantina di euro.

Risvolti ambientali e sanitari dell’utilizzo del pellet

In seguito alla combustione del pellet si generano, naturalmente, anidride carbonica e ceneri; solitamente, si calcola che i residui incombusti siano pari a circa il 3% della massa bruciata (ma sono molto variabili a seconda della qualità del prodotto). Per quanto riguarda invece l’anidride carbonica, la quantità rilasciata in atmosfera è esattamente quella che la pianta aveva assorbito durante la crescita, perciò il bilancio di questo gas serra è in assoluto pareggio. Analogamente a qualsiasi altro tipo di combustione, viene generato anche monossido di carbonio; per questo, gli impianti a pellet rispondono alle vigenti normative di sicurezza essendo dotati di camini intubati e in diretta comunicazione con l’esterno. Inoltre, è necessario che nel locale sia presente un’adeguata presa d’aria.

Negli anni passati hanno suscitato una certa apprensione alcune notizie che affermavano che il pellet di importazione proveniente da alcuni Paesi dell’Est europeo (Ucraina e Lituania, ad esempio) fosse contaminato da elementi radioattivi come il Cesio 137. Le analisi furono molto scrupolose e, all’epoca, portarono al risultato che “ il valore di dose valutato non costituisce in alcun modo un pericolo per la popolazione perché trascurabile rispetto al fondo naturale di radiazione”. I controlli sono molto severi e, pertanto, un tale rischio non si pone per il consumatore; per il principio di precauzione, tuttavia, è bene acquistare combustibile solo da rivenditori affidabili ed accertarsi che la provenienza della materia prima.

Criteri per la scelta del pellet

Per garantire alla nostra stufa un corretto funzionamento è necessario scegliere il combustibile più adatto. Come detto poc’anzi, è indispensabile accertarsi della provenienza del prodotto: sulla confezione, infatti, deve apparire il nome del produttore e/o dell’importatore.

Il pellet dovrebbe contenere la quantità minore possibile di ceneri, per permettere una gestione semplice della stufa. Inoltre, le dimensioni del combustibile dovrebbero essere compatibili con quelle riportate nelle specifiche tecniche di produzione della stufa stessa; può infatti capitare che cilindretti di dimensioni troppo elevate vadano ad intasare i sistemi interni di trasporto del combustibile. Sempre per evitare intasamenti o blocchi, è bene che i cilindretti di combustibile possiedano una superficie liscia e ben levigata.

È bene prestare attenzione al potere calorifico (espresso in MJoule/kg, kWh/kg o kcal/kg) del materiale ed al contenuto di sostanze come cloro, zolfo ed azoto che, se in quantità eccessive, possono generare fumi non proprio ottimali per la salute. Molto importante è che il combustibile sia certificato da standard di qualità, che vengono assegnati solo a prodotti di alta qualità dal punto di vista ambientale e di efficienza energetica. Questi standard consentono inoltre di risalire all’intera filiera produttive, e possono essere di diverso tipo:

  • attestato “Gold”, rilasciato in Italia dall’Associazione Italiana Energie Agroforestali;
  • certificato “Önorm”, basato sulla normativa austriaca;
  • certificato “Din Plus”, basato sulla normativa tedesca.

Importante, oltre alla consultazione dell’etichetta, è anche l’esame visivo del prodotto: nel sacco non dovrebbero essere presenti trucioli e segatura, che sono indicatori di un prodotto poco compatto, o caratterizzato da umidità eccessiva; queste caratteristiche vanno infatti ad inficiare il potere calorico.